Benvenuti all’inferno

E’ quasi un anno che viaggio per conto di “Condivisione fra i popoli” per conoscere i progetti che la Comunità Papa Giovanni XXIII ha avviato in terra di missione e il Camerun è il quindicesimo Paese che visito.


La Comunità è qui da qualche mese, chiamata a continuare il progetto sulle carceri ideato e seguito fino a poco tempo fa da Maria Negretto, missionaria laica romagnola impegnata nel Paese centro-africano ormai da 40 anni.

Arrivo a Douala, città di 2 milioni e mezzo di abitanti censiti (a cui va aggiunto un milione di abitanti in insediamenti informali), capoluogo della regione del Littoral che si affaccia sul Golfo di Guinea. E’ notte e il caldo è asfissiante. Mi attende un viaggio di 300 km.
Salgo su un pullman dall’aspetto preoccupante, stipato fino all’inverosimile. Il caldo si fa ancora più opprimente e l’unica cosa che percepisco è l’odore acre del sudore che diventa quasi insopportabile. Le buche dell’asfalto steso anni fa non danno tregua e ci fanno sobbalzare continuamente. Poi, magicamente, cominciamo a salire e attraversiamo paesaggi tanto belli da togliere il fiato, un paradiso terrestre, verde, propizio alla coltivazione. E’ come se il buon Dio avesse voluto alleviare le ferite donando la bellezza come conforto. Mi avevano avvisato che il viaggio sarebbe durato dalle 6 alle 8 ore, in base allo stile di guida del conducente. Noi siamo arrivati in 6 ore.. ed è stato allora che ho capito il significato di quell’avvertimento!

Arrivo a Bafoussam, città di 250.000 abitanti ufficiali (mezzo milione reali) a circa 1.500 metri di altitudine, dove i missionari della Comunità si sono stabiliti a partire da novembre 2014. Il Camerun si è rivelato così ai miei occhi, dandomi il suo benvenuto.
Ad accogliermi trovo Mauro Cavicchioli, 60 anni, che si è offerto per questa nuova avventura nelle carceri camerunensi, forte della propria esperienza trentennale di accoglienza di carcerati nella propria casa a Pontremoli in provincia di Massa Carrara. Con lui, Fiorenzo Simonelli che lo affianca nel progetto, e Caroline e Juditte, due volontarie locali.
Il programma inizia con la visita di alcune realtà locali di accoglienza. La prima è una falegnameria avviata da Padre Adriano, missionario saveriano di Bergamo, che dà lavoro a giovani e adulti in grave difficoltà. Il Padre mi accompagna con grande orgoglio e soddisfazione nella visita della sua creatura anche perché in 15 anni, oltre ad avere aiutato centinaia di giovani, è riuscito ad avere una produzione di qualità tanto da vendere mobili alle più alte cariche camerunensi. La seconda è una realtà di accoglienza per bambini con gravi disabilità gestita da un’associazione di famiglie locali, voluta da Padre Paolo, un altro missionario saveriano; un grande segno di speranza in un Paese che vive l’handicap come punizione divina, un peso di cui liberarsi.

Arrivo quindi alla prima visita in carcere con lo spirito positivo, alleggerito dalle realtà di speranza viste il giorno prima.
Dopo un breve incontro con il direttore e gli alti funzionari del carcere, vengo condotto verso una porta. Prima di entrare Mauro mi chiede: “Sei pronto?”. La porta si apre e, davanti, mi trovo un muro impressionante di persone; ricordo solo il rumore, gli odori, le figure distinte di chi faceva i propri bisogni in mezzo agli altri in un piccolo canale di scolo che fungeva da fogna.

Un cortile di 20 metri per 15 condiviso da 350 persone tra bambini, adulti ed anziani. L’unico spazio a disposizione, in cui si fatica a muoversi. Provate a pensare al mercato affollato delle grandi città, dove a volte non si vede l’ora di uscire perché manca l’aria e perché si è sempre strattonati dagli altri.
Incomincio così a guardare la porta da cui eravamo entrati, con la speranza che si riapra e che la visita finisca il prima possibile. Invece, veniamo subito “scortati” in una piccola stanza preparata apposta per noi da alcuni detenuti. L’odore che sento stordisce, me lo porterò dietro per tutta la vita, ed è ancora forte nella pelle e nei vestiti.
Uno dei ragazzi ci spiega la vita in carcere. All’interno non ci sono militari perché questo spazio è un mondo a parte con regole e capi che le fanno rispettare secondo una gerarchia ben precisa dettata dall’unica legge che conoscono, “quella del più forte”. In ogni cella per 50 detenuti (ce ne sono 7 in totale, di circa 16 metri quadrati) ci sono un capo, un vice e un vero e proprio sindaco che dettano le regole, come il costo di ogni posto letto. I pochi fortunati che si possono permettere di pagare occupano gli unici veri letti, gli altri dormono sul pavimento. Il cibo ha un costo, non è fornito dalla struttura carceraria. Pochi hanno una famiglia alle spalle in grado di sostenerli, la maggior parte ha due scelte: la prima è quella di sottomettersi al volere dei capi diventando loro schiavi, la seconda è quella di vendere l’unica cosa di loro proprietà, il proprio corpo. Ovviamente, per questa ultima pratica i più ambiti sono i ragazzini (12-16 anni) che convivono insieme agli adulti. Tanti sono entrati in carcere sani ed usciti con la piaga che ancora oggi affligge l’Africa (e di cui nessuno parla più), l’HIV/AIDS. La maggior parte delle persone all’interno del carcere è lì per piccoli furti legati alla sopravvivenza, reati che in teoria prevedono pene molto lievi. Il problema è che l’attesa per i processi varia dai 3 ai 5 anni, quindi anche se rubi solo una gallina o un sacco di farina perché hai fame passerai comunque almeno 3 anni in carcere.

Alla fine dell’incontro mi fermo a parlare con Baudelaire, condannato a morte per omicidio premeditato; una delle più grandi lezioni di vita che ho ricevuto. L’avrei ascoltato per ore mentre parlava del suo percorso di redenzione e della volontà di mettersi a disposizione per gli altri e di quanto volesse essere utile alle persone fragili incontrate in carcere. Era consapevole che il suo tempo sarebbe finito in quel luogo e desiderava che quel tempo non fosse sprecato ma vissuto in funzione degli altri. E’ un grande aiuto per i volontari del carcere sapere di poter contare su una spalla così autorevole all’interno.
Non guardavo più la porta, non avevo più fretta di uscire, ma una forte pioggia torrenziale ha reso inagibili gli spazi, obbligandoci ad andarcene immediatamente.
Avrei ascoltato altre storie come quella di Foumbassau, 15 anni, fortemente ritardato per una meningite celebrale avuta a 3 anni. Una banda di rapinatori l’aveva utilizzato in quanto ritardato e di modesta corporatura per entrare all’interno di una casa passando attraverso una piccola fessura. Ovviamente, all’arrivo della polizia, è stato l’unico arrestato ed ha trascorso più di 2 anni in carcere mentre i volontari cercavano di far capire ai giudici che il suo ritardo mentale lo rendeva di fatto innocente. Adesso è il primo accolto della casa della Comunità a Bafoussam.

Nei giorni successivi ho visitato anche un altro carcere molto più grande di questo, di dimensioni maggiori ma con le stesse identiche regole.
Ho quindi capito che c’è tanto lavoro da fare in Camerun e non solo a livello politico per migliorare le condizioni delle strutture carcerarie. Il nostro compito è creare le condizioni affinché una persona non abbia più bisogno di commettere un reato per poter mangiare. Da una parte l’attività dentro le carceri per offrire conforto e sostegno ai detenuti, dall’altra il lavoro di reinserimento sociale e lavorativo. Per questo si può già contare su 50 ettari di terreno e su un’azienda agricola, con grandi potenzialità, grazie alla quale poter insegnare e dare lavoro a tante persone uscite dal carcere. In questa meravigliosa realtà a 40 km da Bafoussam, Julius e altri 3 ragazzi sono già pronti per cominciare questa avvincente nuova avventura.

Mi ricordo che un giorno, alcuni anni fa, Don Oreste mi disse: “L’inferno, Stefano, esiste, ma è vuoto. C’è già nel mondo una compensazione tra bene e male. Ci sono persone che già vivono l’inferno su questa terra”.
Solo uscendo dalle carceri del Camerun ho avuto la consapevolezza di cosa volesse dire. Ho impiegato 9 mesi di viaggi in alcuni dei luoghi più poveri della terra, ho visitato 14 Paesi, ma solo lì ho veramente capito il significato di quella frase.

Però la speranza esiste, anche in quello che a prima vista sembra solo un inferno.

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